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Stretta nelle piccole spalle, avanzò tra la folla lasciando scivolare la sua lunga treccia nera sul cappotto rosso allacciato in vita. Si presentò, rimase in silenzio per qualche istante. Io le strinsi la mano, la chiusi tra le mie, ci scambiammo un sorriso complice. Mi accorsi che era più giovane di me, di qualche anno appena. L’università, il musica, il futuro da scegliere, Londra. Parlammo un po’. Notai l’accento toscano, che mi rimandava agli anni da matricola e alle serate consumate tra un primitivo di Manduria e le chiacchiere sul divano. Parole e sorrisi ammantati di semplicità, senza domandarci quali storie ci fossero dietro i nostri visi. Poi i miei occhi scrutarono i suoi, appena allungati, affusolati, plasmati come vetro da un mastro vetraio di murano. E allora notai anche il naso disteso appena sopra la bocca piccola e ben proporzionata, i lunghi capelli lisci, la carnagione ambrata, i lineamenti definiti del volto. Trovai quei tratti asiatici così ben conciliabili con il nostro toscano, così vicini alle nostre abitudini, così radiosi nel buio di un locale di Empoli. Origini filippine, certo, come non pensarci prima. «Ma io sono nata a Fiesole!» Precisò, e mi sciolsi in un sorriso spontaneo. Origini italiane, allora pensai. Riconoscevo in lei un’italianità e un’internazionalità che ci legava. Entrambe tristemente orgogliose di un paese in declino, di un’Italia che non ci riconosce.

Più tardi scoprii che a dividerci non c’erano solo quegli occhi tanto belli, ma anche una cittadinanza negata. Una cittadinanza negata forse per via di una fisionomia che gli italiani non riconoscono poiché qualcuno ha dipinto il volto dello straniero come quello del nemico. La ricchezza è un viso che ricorda il luogo da cui proveniamo, poi quello in cui siamo cresciuti, infine il luogo che ospiterà il nostro corpo quando si farà polvere. Ma qui il problema non è la diversità, è la disuguaglianza, malattia di cui soffre l’Italia, sempre pronta a prostituirsi a qualche ideologia politica, dai tempi dell’infanzia romana. Ci sono diritti e valori che non hanno maglia, colore o parte: hanno i volti di ciascuno di noi, riflettono il respiro universale dell’intera umanità.

Dimentichiamo spesso che ciò che accade in parlamento ci riguarda. Con la lunga treccia e il suo sguardo fiero, questa ragazza mi ha ricordato che le leggi regolano la nostra vita sociale e personale, scatenando conseguenze devastanti, come appunto le leggi sulla cittadinanza e l’immigrazione. Un uomo o una donna nati su territorio italiano sono italiani, sono cittadini italiani. Usciamo dalle gabbie dell’omologazione e dello stereotipo: guardiamo gli occhi belli di Charo come patrimonio, crescita, riscatto, per questo paese vecchio, stanco, rugoso, e tuttavia senza saggezza. Chiediamoci chi siano gli uomini e le donne a cui neghiamo il diritto di diventare cittadini italiani, chiediamoci quanto sia giusto rispedirli in paesi che alcuni di loro, proprio perché nati in Italia, neppure conoscono. Tutti i giorni, per le strade assolate delle nostre città, incontriamo esseri umani, individui, uomini, non animali da marchiare, come fa più comodo alla società torbida, costruita dalla cecità dei potenti. Incontriamo storie, anche dietro i più classici occhi a mandorla, anche dietro la più scura delle pelli, anche dietro il più impenetrabile burka: non fermiamoci a un burka, a una pella scura, a degli occhi a mandorla. Solleviamo le vesti e chiediamoci dove ci porterà non accettare nella comunità uomini e donne nuovi, che non tolgono ma aggiungono cultura a quella che fino ad ora gli italiani hanno costruito.

Un uomo senza patria è come un orfano, un figlio senza una famiglia da cui tornare. Non avere la cittadinanza è come perdere memoria di tutte le tradizioni che ci hanno cresciuto. È come soffrire la più disarmante delle solitudini nell’indifferenza severa e asfissiante delle genti. Tra tutte le identità di cui siamo figli, quella nazionale è quella che ci rende popolo, stato, democrazia. Occupiamoci dei minori, dei giovani, dei diciottenni, delle ventenni, dei trentenni, dei quarantenni, non perdiamo nessun filo di questo tessuto prezioso: qualcuno potrebbe cadere nelle mani lerce della criminalità, della clandestinità. Oggi sono asiatica, sono nera, sono mussulmana, sono araba, sono rumena, sono ebrea, sono clandestina, non ho cittadinanza. Sono diversa. 

Se la tua storia è simile a questa, se non ti viene concessa la cittadinanza e vuoi saperne di più sulle leggi, scrivi a info@charogalura.com.

Foto&Articolo di Federica Piacentini 


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